Ricordi
15 febbraio
-Nonno, vuoi giocare a nascondino con me?
Non posso rifiutare davanti a quegli occhi pieni di speranza, nonostante il dolore alle ossa
stanche.
-Certo, Lucia. Conto io?
Chiudo gli occhi mentre i piccoli passi si allontanano velocemente, ma quando li riapro la stanza
è annebbiata. Riconosco i mobili del mio salotto e la foto di famiglia sulla mensola, tuttavia i
contorni sono sfocati.
Mentre mi dirigo verso la stanza degli ospiti, direzione verso cui sono andati i passi, sfioro con
le dita un vecchio vaso dipinto a mano con piccoli fiori colorati. Non ricordo quando mia moglie
lo abbia comprato, non credo di averlo mai visto. Mi appunto mentalmente di chiederglielo
mentre spingo la porta per entrare nella stanza buia.
La luce mi acceca per un attimo mentre, con la mano ancora sull’interruttore, mi guardo intorno.
Non riconosco il luogo in cui mi trovo, sono certo che non sia una stanza della mia casa. Sulla
scrivania ci sono varie cornici impolverate, eppure non riconosco gran parte dei loro abitanti.
Una coppia di sposi mi guarda da un angolo e, in un’altra immagine, l’uomo è intento a dipingere
un vaso con un pattern a me familiare. Non ricordo dove ho già visto quei fiori, nonostante
continui a lambiccarmi il cervello alla ricerca di qualsiasi indizio per aiutarmi a riconoscere
quelle persone.
Mi guardo intorno, notando il cappello da pescatore poggiato sull’armadio. L’uomo nella foto ha
un cappello identico e io stesso ricordo di averne avuto uno simile, eppure non riesco a collegare
coerentemente ciò che vedo. Cerco di rimembrare qualcosa, nonostante ogni ricordo mi sembri
sempre più sfuggente, come se non ne avessi mai avuti.
Sobbalzo quando mi sento tirare per una manica, il silenzio interrotto da una vocina alle mie
spalle:
-Nonno! Dovevi cercarmi, ti sei dimenticato?
-Scusami Lucia, io...
Le parole mi sfuggono come i ricordi, facendomi salire le lacrime agli occhi. Come è possibile
che non sappia più nemmeno i suoni, unico mezzo per parlare a chi mi è caro?
Guardo la bambina mentre il suo nome, che ora avevo sulla punta della lingua, inizia a sfumare.
-Luisa...
16 febbraio
-Il dottore ha detto che la malattia sta peggiorando, ormai è sulla soglia del punto di non ritorno.
Non possiamo che accettare l’inevitabile.
Non ricordo di essermi addormentato, dopo aver accettato di giocare a nascondino con Lucia,
ma sono sicuro di trovarmi nel mio letto. Sento le voci dei miei figli provenire dalla soglia della
porta, ignari del mio risveglio.
-Sai cosa mi spaventa? Che si dimenticherà di noi.
-Non ha mostrato grandi difficoltà finora, abbiamo ancora del tempo.
-Quante sono le cose che non ci dice? Come facciamo a sapere se riconosce ancora i luoghi, le
persone? Non sappiamo quanto tempo abbiamo, potremmo perderlo prima di rendercene conto.
-Nostro padre ha sempre voluto proteggerci, finché sarà lucido non ci dirà mai ciò che potrebbe
farci soffrire. Sa anche lui che la malattia sta avanzando, anche se credo non voglia accettarlo.
-Ormai è al limite fra lucidità e oblio, lo sai anche tu. Hai visto ciò che è successo...
“Quale malattia?” Mi ritrovo a pensare. “Io non sono malato. Sto bene, ricordo tutto. È normale
dimenticare qualcosa con l’età, no?” Cerco di aprire gli occhi, troppo appesantiti dal sonno.
“Ricordo che voi siete i miei figli, i figli che ho cresciuto con mia moglie. E lei vi dirà che sto
bene, perché non le parlate?” Ci sono tante cose che vorrei dirgli, ma la frase successiva mi fa
gelare il sangue.
-Da quando la mamma è morta non ha fatto che peggiorare. Ho paura che sia stata la causa
scatenante.
-Non credo che sia il caso di parlarne qui...
“Aspettate! Non andate via. Vostra madre è qui, accanto a me. Non è morta, me lo ricorderei se
lo fosse.” Le parole riecheggiano nella mia mente mentre sento la porta chiudersi, le labbra
pesanti come le palpebre. Riesco a muovere un braccio, incontrando il vuoto dove avrebbe
dovuto esserci mia moglie, il suo lato del letto freddo e intonso. “Come è possibile che non ci
sia? Non è che... e se avessero avuto ragione?” Il cuore mi batte forte nel petto e lacrime iniziano
a scendermi copiose, bagnando il cuscino ai lati del mio volto. Le parole si mischiano nella mia
mente, confuse. Sento il respiro mancarmi prima di precipitare nell’oblio.
23 ottobre
Non ho nemmeno le forze per muovermi, seduto sulla poltrona al centro del salotto. Non so di
chi sia questa casa, eppure gli oggetti al suo interno mi solleticano la mente. Coloro che dicono
di essere la mia famiglia siedono intorno al tavolo di legno, guardando un programma di cui non
conosco i protagonisti.
Mi trattano con affetto, nonostante non sappia nulla di loro, e più volte ormai mi hanno chiesto
di ricordare, raccontandomi fatti in cui ero partecipe. Fingere di sapere qualcosa di quelle storie
li rende felici, e ciò mi fa stare bene anche se non ne comprendo il perché. Osservo i loro volti
rilassati, notando che i due uomini a capotavola hanno l’età dei miei figli. Chissà perché mi
hanno lasciato a questi sconosciuti, senza venirmi più a trovare.
-Papà, ricordi questo film? Lo vedemmo insieme al cinema.
Senza che me ne rendessi conto uno dei due si era voltato verso di me, guardandomi con occhi
speranzosi. Cerco di ricordare, lambiccandomi il cervello, fino ad avere uno sprazzo di
immagine.
Annuisco, riconoscendo mio figlio. Il ragazzo ormai uomo, che vedendomi annuire si è alzato di
scatto, è il mio primogenito. Ricordo di lui, sua moglie, suo fratello. Il fiume di ricordi mi invade
la mente mentre osservo quei volti conosciuti fra le pareti della mia casa. Mi si avvicinano,
prendendomi le mani. Vorrei dirgli ciò che provo, che gli voglio bene, che ricordo tutto, ma le
parole si rifiutano di uscire, sfuggendomi non appena cerco di pronunciarle.
Le manine di mia nipote mi sfiorano le ginocchia, gli occhi azzurro cielo fissi nei miei.
-Nonno, ti ricordi di me?
Vorrei dirle di si, chiederle di giocare ancora a nascondino, di pettinarle i capelli, ma le persone
intorno iniziano ad asfissiarmi. Non so chi siano, anche se fino a poco fa avrei potuto dire i loro
nomi. La sensazione che quei ricordi fossero importanti si fa strada in me e i contorni delle figure
iniziano a sfocarsi mentre i miei occhi si riempiono di lacrime.
-Lidia...
Mi accorgo troppo tardi che quello è il nome di mia moglie, e mi chiedo dove sia lei adesso. Non
so da quanto tempo non la vedo. Minuti, o forse anni. Guardo la bambina dai suoi stessi occhi
mentre mi sussurra qualcosa che, inizialmente, non riesco ad afferrare.
-Nonno, io mi chiamo Luna.
Una lacrima solitaria mi solca la guancia, seguendo le strade scavate da anni di ricordi la cui
unica traccia è sulla mia pelle. Sono consapevole di aver varcato la soglia dell’oblio. Non ricordo
più nulla, fuorché la donna che ho amato. Eppure, anch’essa è ormai distante.